Angeli e Nomi

Una delle “querelle” più affascinati che ruotano intorno ai misteri della Kabbalah è la relazione al mondo degli Angeli e Nomi che li contraddistinguono.

Perchè il suono è vibrazione che crea risonanza.

La dimensione Angelica

L’Angelo, riposto nella dimensione del non-dove è archetipo da sempre e – nonostante i tentativi di volerlo immaginare e definire, resta per sua natura “inafferrabile”, sia alla mente che all’innato desiderio di poterlo “incontrare”.

Ogni tradizione sapienziale insegna il paradosso quale principio finale di ciò che ci avvicina di più alla realtà. Questo vale anche e soprattutto per l’angelo, archetipo del paradosso della conoscenza di D_o.

Maimonide evidenzia che gli angeli sono “uno-dimensionali” e che la funzione di messaggero (malach ) è fondamentalmente “programmata per compiti specifici”. Di certo le dimensioni angeliche sono di conseguenza infinite e questa “dimensione ineffabile” pone il bisogno umano di suddividere le dimensioni secondo un ordine più comprensibile. Un ordine necessariamente “gerarchico”.

La tradizione del 10

L’antica tradizione ebrea, secondo Ben Maimon, ammetteva dieci gradi, dieci ordini di angeli:

  1. Chayot Ha Kodesh   puri, santi.
  2. Ophamin, i veloci.
  3. Erelim, i forti.
  4. Chasmalim, fiammeggianti.
  5. I Seraphim, le scintille
  6. I Malakhim, i messaggeri
  7. Gli Elohim, gli dei o giudici.
  8. I Bnei Elohim, i figli degli dei.
  9. Cherubim, le immagini.
  10. Ichim, gli animati.

Il primo scritto formulato da Maimonide, si differenzia dalla tradizione dello Sepher Ha-Zohar che trasmette un ordine in cui  suo, in cui i Cherubim non vengono indicati.

La tradizione del 9

Dai primi secoli della nuova era il tema era molto “sentito” al punto che una nuova visione dell’ordine gerarchico con 9 gerarchie – che escludevano gli “Ishim” venne delineata da Dionisio l’Aeropagita * (ca. V sec. d.C.) nel “Corpus Dyonesianium” (trascritto nel IX secolo), nella sua prima parte, il De coelesti hierarchia. Le altre parti del Corpus erano il De ecclesiastica hierarchia, dal De divinis nominibus. E’ in quest’ultima terza parte del Corpus che  Dionisio mette in evidenza il Nome, facendo si che la struttura del Corpus ponga il mondo degli “Angeli” in alternativa a quello dei “Nomi Divini“.

Al di là delle disquisizioni teoriche del 10 o del 9, resta la domanda: a cosa serve l’Angelo?

 

Angeli e Nomi, esiste il rapporto?

Dionigi aprì a tal merito un tema importante: indica l’esistenza di un rapporto tra Angelo e Nome. Gli angeli si “conformano” agli attributi divini.

« La gerarchia è nello stesso tempo ordine, scienza e azione, conformandosi,
per quanto è possibile, agli attributi divini, e riproducendo,
per mezzo dei suoi splendori originali,
un’espressione delle realtà che sono in Dio. 
»
(Dionigi, Gerarchia celeste, III, 1)

Dionigi presenta così 9 dimensioni angeliche che corrispondono a 9 dimensioni divine in ordine gerarchico. Ogni dimensione angelica ruota intorno a descrizioni paradossali, negli ordini più elevati, gli angeli sono ruote, animali e troni che si muovono in modo terrificante. L’immaginario trova le sue radici in Ezechiele, testi apocrifi e artisti che si sono cimentati ad entrare in “risonanza”.

Sono quella parte delle dimensioni angeliche tra le più ineffabili ed emozionanti, che ci avvicinano ad un misterioso sapere profetico, poco conforme alla capacaità intellettive di chi si limita a mere interpretazioni logiche e mentali.

Su un piano meno elevato gli ordini angelici vestono delle particolari corrispondenze a valori morali, intellettuali, dottrinali. E’ la dimensione di tre Ordini: Dominazioni, Virtù e Potenze. Nell’iconografia originale essi si muovono indossando lunghi abiti ghirlande dorate e simboli lucenti, ponendo l’osservatore – in modo paradossale – in una dimensione intuitiva, dove anche la mente più razionale viene tentata in infinite speculazioni.

E’ forse il piano meno elevato delle dimensioni angeliche quello che maggiormente coinvolge il sentire dell’uomo. Il piano nel quale l’essere umano è più incline a vivere l’archetipo sul piano emotivo di Yetzirah, nel quale abbandona le interpretazioni intelluali per prediligere invece quelle più profonde e sensoriali che richiamano i bisogni primari di protezione, nutrimento e forse speranza. Ecco i Principati, gli Arcangeli e gli Angeli. Nell’iconografia originale vengono rappresentati con abiti spesso guerrieri, cinture dorate, lance, elmi e spade. Come per porre in questi ultimi “difensori” l’innato desiderio di ascolto della voce che ogni essere vivente usa per esser riconosciuto – qui e ora – nella vita.

Ed è forse questa ultima qualità, “l’ascolto necessario e mai abbastanza esaudito” la ragione per cui l’Angelo è la vibrazione che più risuona ed apre alla Via dei Nomi della Kabbalah.

Una via dove le 10 e le 9 dimensioni trovano – attraverso il loro paradosso – la stessa risposta.

 

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* Il Pseudo-Dionigi l’Aeropagita, filosofo neoplatonico esercitò una grande influenza sulla Scolastica e descrive ampiamente la gerarchia degli angeli nel suo De coelesti Hierarchia, o Gerarchia celeste,  trattato di angelologia appartenente al Corpus Dionysianum, databile circa al V secolo.

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