Introduzione

 

Quali origini ha la Kabbalah?

Il termine appare come riferimento di una dottrina nei primi secoli del secondo millennio della nostra era, ma la sua sapienza è molto più antica.

La Kabbalah infatti non è il prodotto di un’evoluzione culturale. Significa principalmente il “ricevere” ed è uno stato di coscienza che ogni essere senziente riconosce da sempre, quando riflette sulla vita, l’unica cosa che “si riceve” dal momento in cui iniziamo a respirare.

Questo stato di coscienza non è il frutto di un’evoluzione culturale o morale, ma esiste sin dalle origini della storia umana: quando il primo essere umano, l’Adam, tratto dal fango (Adamah), si libera dagli elementi più oscuri che alimentano il suo “egocentrismo” ed inizia a respirare – e “ricevere” un nuovo stato di coscienza, più “etericamente” elevato, leggero, consapevole, “luminoso”. Adam è il primo uomo che viene ricordato per questa “luce” ricevuta.

Da quel momento la tradizione ebraica tramanda la storia di questo e di altri umani, divenuti consapevoli di questa “luce-ricevuta”, Melquideseq, Enoch, Noah,…. i primi protagonisti dell’umanità, quel piano “umano”, che non dipende da dogmi, principi filosofici o schemi restrittivi. Questa è la parte essenziale della tradizione della Kabbalah, quella su cui poggia tutta la tradizione primoridiale dei figli della luce e di quei re, quei sapienti e quei profeti che ogni cultura celebra. Tutto il resto è una sovrastruttura da cui occorre liberarsi per cogliere il seme, l’essenza che ci accomuna, quella neshamah da cui possiamo ritrovare l’Adam, l’antico umano che è in noi.

E’ il seme intorno al quale si genera il frutto.

I suoi percorsi, rimangono celati.

Le tradizioni che celebrano la sapienza kabbalistica, spesso intrise di concetti e visioni mistiche, lasciano libero il campo ad interpretazioni teoriche di ogni tipo: si tende così a disegnare percorsi teorici etichettati di concetti scientifici, razionali, religiosi, mistici, morali. La visione sincretica è l’ambito traguardo di uno studio che tuttavia ha sempre abbastanza poco a che vedere con il sentire umano, l’insondabile e l’indefinibile profondità, il “campo sacro” che ogni essere umano vuole penetrare ed è in grado di vivere.

E’ la dimensione del segreto la chiave dell’intero lavoro, celebrata da vicessitudini e racconti che hanno animato l’immaginario umano. Una dimensione che pone la vita nuda di fronte a D_o ,senza alcun intermediario. Così come accade a quegli esuli che ancora oggi fuggono gli orrori di guerre sangunarie, nello stesso modo vissero quegli umani che dovettero lasciare il Gan Eden, o la terra prima del Diluvio, o quella in cui nacque Abramo, Moshe e via via nei secoli quelle da cui cavalieri erranti, fedeli d’amore, antichi speziali di origine marrana lasciarono per trovare nuove dimensioni di vita: ecco lungo quei percorsi scorre il filo dell’inafferabile consapevolezza, di un sentire misterioso tramandato attraverso prove non convenzionali, che non possono altro che esser vissute. E’ una tradizione del sentire, che interseca sempre gli stessi “passaggi” che visse il primo uomo, che richiede di vivere la vita con gioia e completezza, una dimensione “ingrediente” da cui la mente – nonostante i suoi vani sforzi nell’eluderla – un giorno non potrà sfuggire…

 

antichi speziali catalani di origine marrana

forse furono loro ad aver lasciato il seme da qualche parte …

antico speziale del XV secolo

Antico speziale del XV° secolo – immagine tratta da “2300 years of medical costume” di Warja Honegger-Lavater

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