Angeli

L’angelo e la parola: un linguaggio a parte

Una delle cose che non siamo mai abbastanza pronti a cogliere sono i linguaggi che non viviamo ogni giorno. Cosa accade però quando usciamo dal nostro “campo”, cosa accade quando abbandoniamo lo schema in cui si pone la nostra vita?

Quando proviamo a farlo, iniziamo a districarci in un labirinto di paure. Paure che però non ci appartengono. E’ il momento in cui abbiamo l’occasione di imparare a cogliere la vita in un modo diverso, in un modo più vivo e meno “ingessato”. Ecco un breve esempio di un personaggio che di “linguaggi” ne sapeva assai.

E’ il momento in cui Rilke incontra il suo angelo. Un piccolo scorcio nell’anima del poeta, un breve passaggio dove, l’amore sottile, ingrediente fondamentale della bellezza della vita, potrebbe ispirarci….

L’Angelo e la Parola

Samech 

Rainer Maria Rilke, poeta. La sua vita è segnata da un fascino segreto.

Uomo mitteleuropeo, discreto e delicato eppure capace di un’arte antica e misteriosa: creare parole vibranti e potenti. Parole capaci di muovere il sentire e tutti i livelli dell’anima.

Una vocazione lo segna: la ricerca dell’essenza…, quella “fonte” da cui scaturisce e si esprime la parola perfetta.

YHVH

La parola perfetta, chiamata in vita attraverso l’arte per eccellenza dei profeti, dei vati: la poesia.

Non una poesia, bensì la poesia: quella forma vibratoria della voce che riesce ad esprimere in un suono quanto è più elevato ai sensi e quanto è più semplice in un solo istante.

Dietro tutto ciò un percorso iniziatico, rigorosissimo, dove confluisce il cuore del retaggio culturale dell’occidente, l’arcadia, il rinascimento, l’oggettività e quel messaggio che solo i grandi di ogni epoca sono riusciti a distillare.

Picasso, Dalì, Rodin, ma anche Piero della Francesca, Goethe, Palladio e tanti altri sembra abbiano partecipato, chi direttamente, chi indirettamente a trasformare Rilke e la sua arte, risvegliando attraverso alcune delle sue poesie, l’antica arte dei vati. Quella che eleva l’uomo trasfromandolo da poeta, in profeta.

Il momento iniziatico.

Nun

Tutto questo diviene evidente a Duino nel 1911, anno in cui avviene un’esperienza bellissima e tremenda: la visione-connessione con la figura dell’Angelo.

Non possiamo dire quale è quell’angelo. Di certo non ha nulla a che vedere con la figura tradizionale.  Rilke ne trae solamente gli attributi come bellezza e grandezza.

Ecco cosa ne dirà  di lui in una sua lettera a Witold Hulewics, il 13.11.1925:

„Der »Engel« der Elegien hat nichts mit dem Engel des christlichen Himmels zu tun (eher mit den Engelgestalten des Islam) … Der Engel der Elegien ist dasjenige Geschöpf, in dem die Verwandlung des Sichtbaren in Unsichtbares, die wir leisten, schon vollzogen erscheint. Für den Engel der Elegien sind alle vergangenen Türme und Paläste existent, weil längst unsichtbar, und die noch bestehenden Türme und Brücken unseres Daseins schon unsichtbar, obwohl noch (für uns) körperhaft dauernd. Der Engel der Elegien ist dasjenige Wesen, das dafür einsteht, im Unsichtbaren einen höheren Rang der Realität zu erkennen. Daher »schrecklich« für uns, weil wir, seine Liebenden und Verwandler, doch noch am Sichtbaren hängen.“

Zakhor

Questa oggi è solo memoria.

La dimensione esperienziale, quella che rivela la conoscenza più profonda, giace nella sua poesia. E’ là che traspaiono gli aspetti più sottili che ci consentono di coglierne la forza.

Tutto ha inizio nel Castello di Duino in una notte di tempesta del 1911. Quella notte, divenuta oggi un mito nella storia della poesia. Rilke vive un inenarrabile momento estatico sulla terrazza a strapiombo sul mare.

Cosa accadde a Duino? La prima Elegia ce lo rivela. E’ l’essenza pura di un un “contatto” con una realtà sottile, vissuta in modo totale.

              “Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel
              Ordnungen? und gesetzt selbst, es nähme
              einer mich plötzlich ans Herz: ich verginge von seinem
              stärkeren Dasein. Denn das Schöne ist nichts
              als des Schrecklichen Anfang, den wir noch grade ertragen,
              und wir bewundern es so, weil es gelassen verschmäht,
              uns zu zerstören. Ein jeder Engel ist schrecklich.”

Quello che accade – condensato tutto in queste parole –  rivela l’esperienza di un mondo metafisico: è l’inizio di una connessione con una dimensione che va oltre la realtà visibile. Qualcosa che se traduciamo con altri linguaggi, ci svela la realtà di altre dimensioni, di altri mondi che vanno oltre il visibile.

La via che percorre Rilke per giungere a questa esperienza non è improvvisata. Anni di pratica nella sua arte, una vita schiva, una lettura attenta di tutto quello che accade intorno a lui. Una costante osservazione dei segni, e una perseverante capacità nel non lasciarsi catturare da simboli, da illusioni magiche, da forze egoiche, dal ruolo e da schemi sociali, intellettuali, concettuali, ideologici.

Nukvah

Nigredo / Dybbuk

E’ una dimensione non facile quella che si è conquistato.

Auguste Rodin lo forgia e Lou Andrea Salomè lo inizia e lo venera. Egli comincia il lavoro alchemico: tira fuori l’alambicco, accende l’Atanor e pone tutto quel che serve da bruciare per disitllare e tramutare il piombo in oro.

Albedo / Gan Eden

Raccoglie e abbandona il superfluo: cammina e si affranca. Va oltre.

Abbandona tutto il meglio della sua epoca: gli schemi della vecchia Mitteleuropa, la vita cosmopolita ed eccitante di Monaco, la belle epoque di Parigi,  e durante il suo viaggio in Italia non si fa catturare dalle magie del Rinascimento.

Coglie la mela ma non la magia. L’annusa ma rimane perseverante nella sua ricerca. Il dilemma tra arte e vita di Kierkegaard lo sfiora e lo tormenta, ma la disciplina del segreto che ha acquisito è tale che va oltre, superando ogni ostacolo psichico lungo la via. L’unicorno ama farsi accarezzare e il leone lo accompagna.

La sua rigorosa capacità sensitiva, quella che gli consente di ricongiungersi con l’essenza dell’uomo, lascia fuoriuscire alcune scintille del suo spirito, ma solo quella parte più eccelsa. E l’arte del rinunciare alla parola vuota diviene la sua costante.

Bithul

E’ un samurai dell’anima. La vocazione diviene valore e solo i migliori del tempo riconoscono il migliore. Maria von Thurn und Taxis gli offre ospitalità, consapevole dello spessore spirituale del poeta. Lo fa senza paura, perchè ne cattura il privilegio del poter vivere a fianco della fontana zampillante del tempo. Lo fa nella modalità più degna alla più magnificiente e lluminata tradizione occidentale.

E a Duino, in un momento di estremo isolamento, accade.

Shekinah

La chiave è la natura. La stagione invernale è alle porte, il luogo è un vero finis terrea del mondo austrungarico. A sud c’è  un Paese ancora selvaggio, senza infrastrutture e senza una sistema culturale consolidato, dominato dall’anima di Klingsor, energia tellurica che alimenta il vulcano, chiusa dentro antiche e gelose culture agricole impregnate di elementi e spiriti arcani, imprigionate dentro un arcaico filo naturale, invisibile alla mente di chi non sa cogliere.

Teth & Ghimel

E lui risveglia il serpente in quel luogo. Duino, al confine con quel mondo, punto d’incrocio dove converge quel antico genius loci italico e quel cammello che ha condotto l’anima lungo la sottile pista della luna.

Rubedo

E’ la stagione in cui i colori della natura sono più vivi, il tramonto di un giorno, di una stagione e di un epoca. E’ il momento in cui poco prima che la luce si spenga, la dimensione di “confine” si esprime con maggiore forza. Confine fisico, confine temporale, confine metafisico.

Yod

In una notte vissuta nell’ottobre del 1911, improvvisamente l’aridità creativa del poeta s’interrompe e prende il via lo stupendo ciclo delle Duineser Elegien. Così, come avviene all’inizio dei grandi poemi, Rilke coglie come un vate la capacità di cogliere l’attimo fuggente del fiato divino, e comincia a condensare nelle sue parole iniziali dell’opera una vera invocazione.

                 “Wer, wenn ich schrie, horte mich denn aus der Engel Ordnungen?”

Non è un’invocazione riportata, bensì è il frutto di un sentire “ricevuto”, qualcosa che si potrebbe paragonare ad una relazione sensoriale data dall’incontro con un dio.

Il sigillo è aperto.

Le parole per comprendere la portata energetica dell’esperienza sono sufficenti per iniziare a cogliere un passaggio dentro il sole. Capovolgere lo sguardo e cominciare ad andar oltre le dimensioni concettuali fino allora conosciute.

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