Esistono momenti in cui diventiamo improvvisamente consapevoli del potere delle parole.
Sono attimi che ci trasformano. Ci avvicinano a ciò che nella tradizione viene chiamata Kavanah (כַּוָּנָה): un termine antico che indica “intenzione” o più precisamente una direzione sincera del cuore.
Non è solo uno stato mentale.
È una qualità della presenza.
Quando accade la Kavanah
Non accade spesso. E proprio per questo ha valore.
Succede nei momenti in cui qualcosa sta per iniziare davvero: l’attesa del primo colloquio di lavoro, l’istante in cui incontriamo la persona di cui siamo innamorati, le ore che precedono la nascita di nostro figlio…in quegli istanti diventiamo più attenti, più cauti, più presenti.
Sono momenti cruciali, in cui iniziamo a centellinare le nostre parole. Sentiamo che la nostra presenza in quel determinato luogo, in quel preciso momento, cambierà il corso della vita. Sono istanti illuminanti che, per una loro sovrabbondanza di “luce”, non riusciamo a coglierli del tutto.
L’essenza dell’intenzione
In questi momenti emerge qualcosa di diverso: emerge l’essenza delle nostre intenzioni.
E’ in questo sentire che possiamo accedere allo stato di Kavanah .
Non come uno sforzo, ma perche ci sentiamo allieneati a noi stessi:
tra ciò che sentiamo, ciò che mensiamo e ciò che possiamo e stiamo per esprimere.
Kavanah: l’intenzione perduta e ritrovata
Kavanah si manifesta quando si compiono esercizi di carattere spirituale, così spesso viene tradotta come “devozione” , soprattutto in ambito religioso. Ma è riduttivo. Kavanah è uno stato di coscienza esperienziale, in cui si attiva una profonda capacità di ascolto e assorbimento emotivo. Non riguarda solo il rivolgersi al divino, ma il modo in cui siamo presenti in ogni atto.
La preghiera può essere una delle forme più comuni in cui può emergere. Ma nella Kabbalah Kavanah diventa una pratica costante.
La parola detta nella Kabbalah
Nella pratica cabalistica la Kavanah apre la coscienza a significati più segreti che si celano dietro le lettere e le parole. Si diventa più sensibili nel pronunciare parole, perchè più consapevoli del potere dei loro suoni, del loro peso e della loro direzione. Non parliamo più “automaticamente”.
Per questo, le permutazioni con le lettere nella Kabbalah diventano uno strumento meditativo potente: non un gioco, ma un modo di entrare in relazione con la nostra essenza.
Un attimo essenziale
Al di là degli insegnamenti tradizionali sui vari tipi di Kavanah – associati alle feste, ai rituali e ai Siddurim (Libri di preghiera) che animano lo spirito della tradizione giudaica – Kavanah è uno stato interiore da cui possiamo cogliere e orientare e riunificare tutto noi stessi – pensiero, sentimento, volontà – con l’essenza “unica” della nostra vita. Ovvero ritrovare la verità vivente da cui eravamo separati.
Non è devozione verso un’idea. È il punto di origine consapevole della parola.
Kavanah nella realtà quotidiana
E’ su questo piano che opera la Kabbalah pratica.
Attraverso il lavoro delle lettere e dei Nomi, impariamo a riconoscere e trasformare le forze interiori che ci separano da una percezione più sottile della realtà. Ma è nella realtà quotidiana che si rivela la verità di noi stessi.
Quando – anche nel quotidiano – le parole pronunciate nascono da Kavanah, diventano efficaci. Diventano reali.
Ciò che prima era invisibile, comincia ora a prendere forma anche nella vita concreta: nell’intenzione che si manifesta nel mondo: l’intenzione di Malkuth.
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Nota:
l’insegnamento Hasidico ricorda che, in uno stato di profonda “consapevolezza”, si uniscono tre dimensioni: hitbonenut (la presenza del divino), la comunione con il divino (devequt), l’estasi nel percepire il divino (hitlahavut). Questa integrazione “vivente” è Kavanah.

1 comment
Questo è la mia esperienza vissuta sul lavoro di Kavanah. Ho scritto di getto (mentre li vivevo) tutti passaggi che abbiamo fatto con le lettere durante il seminario. Ieri sera poi è uscito questo: quando la nostra coscienza ci porta a scegliere tra “l’essere e l’avere”, abbiamo un’alternativa: scoprire l’intenzione. L’ intenzione è una grande Forza e il suo esempio è ovunque nella natura: come per esempio i fiori delicati del ciliegio che ci mostrano l’intenzione nella trasformazione dei suoi fiori in frutti.
Nello stesso modo se noi mettiamo in luce la nostra intenzione, nella nostra vita entra in azione un movimento interiore che ci conduce ad un cambiamento. Il lavoro di Kavanah del Fuoco è stato un cammino che mi ha collegata con la Sorgente attraverso il mio Sè. All’ inizio gli Tzeruf davano una sensazione di confusione nella mente (apertura), poi è intervenuta una sorta di “pensiero attento” di fare bene l’esercizio.
Ero ancora incline all’ “avere” ma nel perseverare nell’esercizio, andando avanti, poi mi sono detta “ha! ho capito” ed in quel momento è arrivata la trasformazione attraverso un cambiamento interno, come quando l’ago della bussola cambia direzione, … si è scardinato l’ordine delle cose e l’intento che ponevo nel lavoro è diventato fiamma (Fuoco).
L’esperienza nei lavori successivi mi ha fatto vivere un tempo già vissuto ma comunque presente. Era un Fuoco di una cerimonia in un villaggio di indiani nativi d’ America seduta a Terra davanti al grande Fuoco e continuavo a cantare le lettere Hè-Teth-Samek … ho portato le mani verso il centro unite a coppa davanti a me e hanno iniziato a riempirsi d’acqua che sembrava scendere da una dolce cascata fino alle mie mani per poi ricadere sulla Terra.
L’acqua scendeva dolce lenta come l’immagine dell’Arcano della Temperanza che richiede pazienza interiore ma accoglie senza farsi influenzare perchè è protetta dalla figura Angelica vestita di rosso e azzurro con il passaggio dell’Acqua con la presenza del Fuoco collegato alla Terra. Essere in equilibrio tra il principio maschile e quello femminile Chet con il Fuoco nel cuore.
Margherita