Nekudot suoni infiniti

Nekudot. Gli infiniti suoni delle Lettere

 

Le Nekudot (נְקוּדָה) sono le punteggiature presenti nelle lettere dell’alfabeto ebraico. Indicano la pronuncia. Si parla di lingua, naturalmente, di voce-suono, in ebraico. Che cosa ha questo a che fare con la Kabbalah?

Ha a che fare. Non tanto dal punto di vista fonetico-linguistico, quanto per distinguere i differenti tipi di luce che occorre accogliere nei Kli – כלי– (“vasi”),  ovvero i corpi che ci avvolgono e vediamo.

Se nella Torah originale, a cominciare da Bereshit (Genesi), ogni lettera è collegata all’altra e senza punteggiatura, la pratica della lettura è sempre stata oggetto di studio da parte della “Religione del Libro”.

Tuttavia la Kabbalah è anche tradizione orale e nel Libro dello Splendore (Sepher HaZohar) Rabbi Hammuna-Saba indica alcuni insegnamenti sulle Lettere, facendo sì che la teoria si traducesse in pratica.

Cosi, possiamo riconoscere l’importanza della teoria, tuttavia ricordiamo che la Kabbalah è un “fare”, ovvero un compiere l’azione di ricevere “luce”, secondo pratiche meditative e operative, che possono avere una storia antichissima.

Quale Luce possiamo ricevere

Nella Kabbalah medioevale, le pratiche di recitazione dei Nomi contemplavano l’abbinamento a vocali per aiutare lo studente ad aprirsi al suono dei Nomi. Si trattava di esperienza pratica, sensoriale.

Nelle pratiche d’utilizzo delle Lettere e della loro pronuncia, le Nekudot sono importanti perchè evidenziano per chi legge un testo (trascritto) su dove visualizzare-percepire la luce nel proprio corpo (ad esempio nella testa, nel busto o nelle estremità corporee) .

Le Nekudot aiutano a mettersi in risonanza (kabbalah) con vari “tipi” di luce che attivano l’anima e che possono essere più sul piano superiore (Neshamah) oppure più psichici (Ruach) o su quello più fisico  (Nefesh). Tuttavia, una volta capito, si inizia a “fare” Kabbalah.

Chi è dunque alla ricerca di una Kabbalah “autentica” quindi, valuti con grande attenzione se occorre anche compiere un “fare” o se basta “studiare”, così da non occultare cosa, dentro di noi, sia il sentire “autentico”.

Il corpo, tempio del “ricevere”

Abraham Abulafia rispetto alle sue “pratiche” di recitazione diceva:  «può esser paragonato alla musica; poiché l’orecchio ode suoni da varie combinazioni, secondo il carattere della melodia e dello strumento….E dall’orecchio la sensazione viaggia verso il cuore, e dal cuore alla milza (centro dell’emozione), ed il godimento delle varie melodie produce delizie sempre nuove.»

Quindi possiamo porre l’attenzione sulle Nekudot mettendo i puntini sulle “i” (Albero della Conoscenza), ma cogliamo anche l’occasione di vivere l’esperienza diretta (Albero della Vita).

Neshamat ha-Chokmah

Shalom
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